28 dicembre 2007

Auguri. Burp.

Rieccomi qui.

Tornata dal mio Natale di famiglia in Abruzzo. Innanzitutto esorto le compagnie aeree a creare un benedetto diretto Catania-Pescara. Sono certa che il mio appello in questo blog farà la differenza :.). Non potete credere a cosa significhi raggiungere l’Abruzzo dalla Sicilia. E’ pazzesco. Anche volendo sorvolare sull’annosa questione della strada che collega la provincia di Ragusa a Catania aeroporto e sulla favola dell’aereoporto di Comiso che probabilmente i miei nipoti (qualora davvero decidessi di non porre fine al mio carosello di geni) un giorno useranno, tocca arrivare a Roma o Milano per poi prendere un altro aereo che ti porta ad Ancona o Pescara. Nel mio caso poi si sono aggiunte altre 2 ore di strada in macchina per raggiungere l’agognata destinazione.

Ovviamente il mio stato d’animo all’arrivo era un pò quello dell’emigrante: a metà fra lo sconvolto e l’eccitato per aver raggiunto la terra promessa.
Una volta a destinazione però l’accoglienza è stata assolutamente impareggiabile: affettuosi abbracci, camino acceso e tavolo imbandito di dolci e torte fatti in casa.
Dalle quantità e varietà di questi ultimi avrei anche potuto intuire il seguito, ma avevo già la bocca piena e, si sa, il cibo per me è come morfina.

Da quel gustoso incipit sono seguite 48 ore di maratona alimentare! Fra un boccone e l’altro abbiamo avuto il fugace sospetto che la famiglia della fidanzata di mio fratello, la quale gentilmente ci ha ospitati e che erano già stati nostri ospiti in Sicilia un pò di mesi fa, volesse in qualche modo vendicarsi di qualcosa attraverso il cibo. Ma il sospetto non ha avuto ovviamente il tempo di radicarsi nelle nostre menti per via della pressione dei nostri stomaci sul cervello.

Noi siculi, si sa, abbiamo un modo malsano di nutrire i forestieri: lo facciamo come se dessimo per scontato che la loro vita prima di conoscerci fosse fatta di fame e stenti. Ma dovete sapere che questo è nulla in confronto a ciò che fanno gli abruzzesi agli avventori :)

Loro si organizzano almeno una settimana prima, e forse più, che gli stomaci-ospiti arrivino. Intere famiglie si rimboccano le maniche e si infilano in cucina a produrre. I loro pranzi o cene nei giorni di festa viaggiano nell’ordine di: antipasto a base di salumi e formaggi, quattro tipi di primo, quattro tipi di secondo, ovviamente accompagnati da svariati contorni, e dolci senza alcun limite di numero.

Ovviamente anche in Abruzzo, come in gran parte dell’Italia, la cucina è ottima. Una cosa salata che vi consiglio di non perdere è il ciauscolo, saporito salame spalmabile tipico delle Marche. Quella dolce, i cillapieni (che tradotto in italiano significa letteralmente “uccelli pieni” per via della forma che ricorda un uccello), paste dolci a base di farina e vino bianco ripieni di marmellata d’uva e ricoperte di granelli di zucchero. Questi dolcetti mi hanno dato il benvenuto all’arrivo e l’arrivederci alla partenza. Fantastici.

Con la salivazione accelerata e con almeno 3 chili di tessuto adiposo in più addosso, vi faccio i miei migliori auguri di buon anno :)

10 dicembre 2007

Il viaggio

Mi hanno detto che sei partito, che non sanno se tornerai a farmi visita. Perché hai altro a cui pensare. No, non è che non pensi più a me, ma ora ti si apre davanti l'infinito. E quando hai davanti l'infinito, ti viene da correre, per vedere se davvero non ha fine questo infinito. Dunque, stai camminando per questa strada, alternando velocemente i passi come amavi fare con me, mio padre e mia madre, per le strade di una memorabile gita ad Assisi. O sul Ponte Vecchio di Firenze, sempre insieme a noi. Mi hanno detto che sei partito, c'è chi tenta di illudermi che sì, qualche speranzadi rivederti rimane. Che in fondo, anche se questo non accadesse, mi basterà chiudere gli occhi per rivederti. Io gli occhi li chiudo, e in effetti rivedo il tuo sorriso, carico di energia. Di quell'energia che permea in tutti i miei ricordi. Ma sai, è difficile riaprirli e abituarsi all'idea che, appunto, si tratta di ricordi. Mi hanno detto che sei partito, e ora in me si fa forte la convizione che sei partito veramente. Che non tornerai la Domenica pomeriggio per portarmi a pescare, con canne dozzinali fatte di rami e spaghi. Con le quali sapevamo benissimo che non avrebbe abboccato alcun pesce. Ma che importava: si stava insieme, andava benissimo così. Mi hanno detto che sei partito, e solo adesso, a pensarci bene, capisco che non tornerai. Mai più. E non hai idea di quanto male mi faccia quel "mai più". Mi conforta il fatto di averti accompagnato alla stazione, di essere rimasto con te fin a quando il capostazione ha fischiato la tua ora. Di averti stretto la mano quando ancora potevi vedermi, abbozzare perfino un sorriso, e averti detto "ti voglio bene". Perché lo so che lo sapevi che ti volevo bene, ma fa piacere sentirselo dire. E credo abbia fatto piacere anche a te.
Poi il capostazione ha fischiato. C'è chi lo chiama Dio, chi "Oscura Signora", resta il fatto che ho visto le porte chiudersi. Ti eri già appisolato sul tuo posto, come sempre facevi sdraiandoti sul freddo pavimento di marmo nelle caldissime estati che abbiamo trascorso assieme. Poi il treno è partito e in pochi secondi era già lontano. Tu con lui.
Mi hanno detto che sei partito, ma che non è così, perchè io sono fatto anche di te e di tutto quello che mi ha insegnato. Cazzo, quanto è vero, non ne hai idea. E scusami se ho detto "cazzo", mi avresti redarguito, lo so. Come so che il nostro è sempre stato un rapporto sincero, senza reverenze perchè tu eri lo zio e io il nipote. Perchè tu eri lo storico e io lo scrittore. Perchè tu eri un prete e io la pecorella smarrita che molti hanno visto in me (ri-scusa, ma le teste di cazzo c sono sempre). Eravamo Gigi e Ricky, più culo e camicia di quanto potesse sembrare. Eravamo? Siamo? Non lo so, non me la sento di dirti, in questo momento, che è tutto come prima. Perchè quel treno è distante, ma se fosse davvero un treno risponderesti al tuo telefonino mentre ti chiamo. Invece il telefonino è spento. E' dall'8 Dicembre che è spento e ormai ho perso la speranza che tu risponderai. Ho la sensazione, ma sono sincero è una sensazione, che tu mi stai osservando. Che ridi? Io piango come un disperato e tu ridi. Sento il tuo abbraccio, perfino tu che esclami "nipotastro che buona quella "cicoata" al vostro matrimonio". "Ma zio, era liquore al cioccolato quello!". "Ah sì! Buono lo stesso!". Ecco, mi piace ricordarti così, col sorriso comprensivo di chi ha già capito come andrà a finire. Sempre. E non come fanno i preti "normali", che ti sembrano distanti anni luce facendoti credere che Dio, Paradiso e Santi, si trovano in un'altra galassia. Tu Dio lo mettevi in mezzo alla gente. Eri un prete-operaio, uno che ha riunciato ai soldi della Curia per guadagnarseli lavorando come tutti. E dedicandoti come prete nei fine settimana, in quelle comunità che hai saputo creare da zero. E conquistare. Sempre. Sai? Credo che la Chiesa dovrebbe averli tutti così, i preti, ma non sono nessuno per prendere posizioni in merito. Perchè ora sono qui per salutarti. Non che non l'abbia fatto, ma non è mai abbastanza. Perché di solito il saluto è proporzionale all'entità del viaggio. E se quando sei partio per la Romania ti ho salutato con un abbraccio, e quando sei partito per il Brasile l'ho fatto con un abbraccio e un bacio; ora è giusto farlo in tutti i modi possibili, ma soprattutto con l'anima. Perchè il viaggio è stato lunghissimo, l'ultimo. Sai, non so davvero dove ti trovi ora,in quale luogo del tempo e dello spazio. Ma ti dico una cosa: di te ho sempre rispettato la grande intelligenza e mi conforta pensare che una simile intelligenza non possa essere stata sprecata dietro alla convinzione di un Dio che non esiste. Non eri il tipo da farti fregare un istante, figuriamoci una vita. E allora facciamo un patto sulla fiducia: Dio esiste, ma lasciami il tempo e il modo di capirlo di nuovo. Perché se è vero che Dio tutto può, poteva almeno lasciare mia madre e te in questa terra, per un po' di tempo in più. Non dico che me lo doveva, ma deve pur riconoscere il fatto che non gli ho mai rotto, con richieste assurde, bigotte, come quelle delle tribù primitive che chiedevano ai loro Dei la fecondità e la prosperità.
Non gli ho chiesto mai davvero nulla, nemmeno quando sul letto di un ospedale, mi dissero che mi rimanevano un paio di settimane di vita se le cose non miglioravano. Non gli ho chiesto nulla nemmeno allora. Mi sono rialzato con le mie gambe, sono tornato da solo alla vita. E ad aspettarmi, c'eri tu. Aspetta, non è che fossi tu, Dio?
Mi hanno detto che sei partito e che sì, tu eri Dio nella sua forma umana, in tutto quello che facevi e dicevi. Per me eri, sei e rimarrai semplicemente Gigi. Mio zio? Un prete? Uno storico? No, Gigi. Ti voglio bene, Gigi. Cazzo, non sai quanto. Ops, scusa.

11 novembre 2007

La vita? E' fotografia



Sarà l'ora tarda, sarà che tanto per cambiare sto lavorando anche oggi che è Sabato, ma mi viene voglia di scriverti. Tanto lo so che non mi stai leggendo ora, e quando lo farai avrò già allontanato questi miei pensieri. Perchè io non sono un tipo che scappa, no, sono un tipo che allontana. Mi stai sulle scatole? Ti allontano. Ho un problema? Lo allontano. Allontanare, nel mio caso, non si significa non affrontare. Mica ti ho scritto questo. Allontanare significa vedere le cose in modo più ampio, metterle a fuoco col grandangolare delle grandi occasioni, quello che fa di un fotografo qualsiasi un grande fotografo. E allora sì che puoi osservare per bene le cose. A quel punto, io di solito zoomo. Zoomo di brutto. E se mi stai qui, sulle scatole, e ti avevo allontanato, bè non ti auguro mai di guardarmi negli occhi mentre zoomo su di te. Perchè io non scappo. Io allontano, poi zoomo. E se ho un problema, che ho allontanato per osservare meglio, poi zoomo pure su quello. Ecco, in questo periodo della mia vita diciamo che sto zoomando parecchio. Ho osservato nel complesso alcuni casini della mia vita, e ora so che è venuto il momento di zoomarci dentro. No, te l'ho detto che non scappo. Zoomo. Ho visto questi casini nella loro interezza, anzi enormità, e ora li disseziono in piccoli pezzetti. Zoomando. Ho una mente piuttosto matematica, anche se di quella matematica un po' artistica che mi rende un matematico schifoso e un artista anche peggiore, e sono sempre stato abituato a suddividere i grandi problemi in problemi più piccoli. Grandangolo, poi zoom su ciascuno. E così, un'espressione del tipo 2x3+3x4+5x6 non sono abituato a guardarla così com'è, ma come (2x3)+(3x4)+(5x6). Che poi fa 6+12+30. Che poi fa 48. Tre operazioni semplici, che permettono di risolvere una grande espressione (bè "grande" si fa per dire). Vedi? Grandangolo, poi zoom su ciascuna operazione. Ecco, ti dicevo che c'ho un po' di casini per la testa in questo periodo ma sento che, ora che sono nella fase di zoom, ne verrò a capo. Certo, fare lo zoom spesso è spaventoso, perchè ti accorgi che una pelle liscia cela delle bucce d'arancia spaventose. Ma credo che solo in questo modo si trova il coraggio di curare il problema. Anche se non sempre basta una cremina magica. Come ogni buon fotografo che si rispetti ho anche i miei assistenti. Che poi son quelli che si fanno davvero il culo e che permettono al fotografo di ottenere i suoi scatti migliori. Gli assistenti, a parte la mia adorata moglie, sono gli amici. In verità pochi, ma di quelli che ogni fotografo vorrebbe avere. Invece sono miei e me li tengo stretti, che si fotta la concorrenza. Un'assistente di prim'ordine è venuta a trovarci qualche giorno fa. E' un'amica carissima, abita queste pagine, e mi ha aiutato a scattare le foto della mia vita attuale. Ha sorretto il flash (personalmente odio il flash, ma non hai idea di quanto aiuta), misurato quanta oscurità c'era con l'esposimetro, e poi mi ha detto che era il momento di zoomare. Fatto. Poi ho scattato. Ora non mi resta che osservare lo scatto. Analizzarlo. Capacitarmene. Poi unirò tutti questi scatti, tutti questi zoom. Farò un sorriso e penserò che ne è valsa davvero la pena. Perchè il concetto che sta alla base di tutto questo, è che un paesaggio di montagna fatto col grandangolo non ha che una minima parte del fascino di quel paio di occhi verdi, incorniciati da un volto vissuto dal tempo e dal gelo, di quel pastore che se ne sta lì, su un angolo piccolissimo di quel paesaggio. E che solo lo zoom ha saputo rivelarmi. Per similitudine, non esistono problemi insormontabili: ti basta guardarli col grandangolo, capire dove fare gli zoom, e zoomare come mai hai fatto in vita tua. E allora sì che li puoi risolvere. Che è poi il concetto di "divide et impera" (dividi e domina), con il quale gli strateghi militari si assicuravano il controllo di un'area suddividendola in aree più piccole. Solo che in un momento così violento della società, parlare di strategie militari mi fa altamente schifo. Meglio lo zoom, meglio gli assistenti. Grazie Annalisa. Grazie Annalisa. (due volte per due persone).

04 ottobre 2007

Fattore S



Questo è il mio primo post in questo sito. E non c'è modo migliore di iniziare se non facendovi toccare palle e cornetti. Eh già, perché oggi vi parlo di un “fattore”, ma non di quelli che hanno a che fare con mucche e galline (beati loro, li invidio per davvero), bensì con ognuno di noi. Bè, almeno buona parte di noi. Vi parlo infatti del “Fattore S”, che il buon Max Pezzali sintetizzava nell’omonima canzone con una frase, che faceva “Fattore S, quella sfiga che non se ne va mai”. Allora, la notizia è che questo “Fattore S” mi ha davvero rotto, perché è un bel periodo che aleggia sulla mia zucca. Cacchio. Gli studi scientifici e il mio lavoro di divulgatore tecnologico mi hanno sempre imposto una certa razionalità nel considerare gli eventi della vita, e badate bene che, dopo questo primo post, imparerete a conoscere molto bene questa mia caratteristica. Insomma, sono uno di quei cinici e fetenti che danno una spiegazione scientifico-matematica a tutto. O quasi. Quel “quasi” è riferito proprio al “Fattore S”, che non sono mai riuscito a spiegarmi. Doppio cacchio. Voglio dire: se posso spiegare scientificamente quella fantastica (e presunta) alchimia che è l’amore (non ci credete? Leggetevi “Ti amerò per sempre” di Piero Angela, dove si spiega amore, passione e quant’altro in base a leggi biochimiche), perché cacchio (e tre) non riesco a spiegare il “Fattore S”? Forse perché parlare della Sfiga, quella con la S maiuscola, porta Sfiga a sua volta e nessuno c’ha voglia di prendersi questi rischi. Allora, visto che mi sento insuperabilmente sfigato in questo periodo, ci provo io. Partiamo da una considerazione fisica ( vi ho detto che ci provo sempre a spiegare le cose scientificamente), vale a dire la terza legge della dinamica: per ogni azione c’è una reazione uguale e contraria. Questo significa che se tiro un cazzotto al muro, per esempio, questo mi restituirà una forza uguale e contraria a quella impressagli. Ed è il motivo perché poi devo correre all’ospedale a farmi ingessare. Visto? Parlo di Sfiga e la fisica mi serve. Quadruplo cacchio. Comunque, questo benedetto concetto fisico è stato scopiazzato e opportunamente riadattato un po’ a vari contesti storici e religiosi. Quindi, da qui passiamo al concetto di “Yin e Yan” tanto caro alla cultura cinese. Avete presente? Dai, quel simbolo bianco e nero dove in un cerchio sono incastonate due figure stondate che si compenetrano!
Questo qui tanto per intenderci! Qui il concetto è quello del bene e del male che si bilanciano tra loro. C’è chi dice che questo simbolo sta a significare che mano a mano che il bene aumenta, il male diminuisce, e viceversa. Chi, invece, che indica che male e bene si bilanciano. Sempre. E che non c’è modo di variare questo equilibrio. Io non so una cisba di queste cose, ma credo alla seconda teoria. Che è un po’ inquietante se ci pensate bene. Significa che, per esempio, se vinco alla lotteria cinque milioni (bene, anzi benissimo!), prima o poi mi dovrò aspettare una Sfiga assurdamente gigantesca (male), tipo spenderli-tutti-per-una-vacanza-alle-Maldive-comprandosi-l’unica-isola-sulla-quale-si-abbatterà-il-prossimo-tsunami. Che sfiga! Visto? Si torna al concetto di partenza: azione-reazione. Allora, quello che voglio dire, è che il “Fattore S” è una condizione imprescindibile della vita, che serve a farci stare coi piedi per terra. Giusto per farmi i cavoli miei e dirli a voi, penso in tutta sincerità che la mia vincita alla lotteria sia mia moglie. Con lei ho vinto ben più di cinque milioni di euro. E no, in beneficienza non dò proprio niente! Quindi, quando la gente mi chiede come cavolo faccio a essere ottimista di fronte a un'inenarrabile sequela di sfighe, rispondo che si tratta di fisica. Azione-moglie, reazione-sfiga. E, non senza una punta di sano masochismo, comprendo che più sfiga si abbatte su di me, più devo capire quanto fortunato sono. Ovvio, arrivato a un certo punto mi piacerebbe guardare in faccia il “Fattore S” e dirgli “uè ciccio, guarda che ho capito quanto sono fortunato, puoi smettere di rompere le palle ora”, ma finché non avrò questa possibilità cercherò di accettare passivamente. Anche perché, pensandoci bene, scopro ogni giorno che le fortune arrivano non solo dalla mia splendida moglie, ma anche da tante altre cornucopie di felicità. Avere amici sinceri, come Annalisa (quella di questo blog), Cristiano e Andrea (questi due non li conoscete); e avere un cagnolone che, per quanto rompipalle, mi ricorda che per vivere bene basta una slappata sul viso, acqua (bevuta e fatta) e qualche buon osso. Ed eccole qui, altre azioni dalle quali si generano e genereranno sicuramente altre reazioni sfigaiole. Ma sapete che vi dico? Che, viste le “azioni” (moglie-amici-cane), vale proprio la pena accettare tutte le reazioni-sfighe del mondo. E pensare che, in fondo, più siamo sfigati e più siamo fortunati. Di nuovo, Yin e Yan che si bilanciano. Azioni e reazioni che si contrappongono. E spiegazione del “Fattore S” bella e fatta. Evviva la fisica, evviva il Fattore S!

26 settembre 2007

Tanti Auguri Annalisa


Lei crede che la sopravvalutiamo per via dell'affetto che nutriamo nei suoi confronti, ma noi sappiamo che se non fosse nata non esisterebbe neppure questo post, figuriamoci il resto...


***

-Ricordi il nostro primo viaggio insieme? Tu, Persefone, guidavi la mia discesa agli Inferi e, mostrandomi la saggezza dell'istinto e la sapieza antica del cuore, mi sorreggevi nei sotterranei della mia anima. Per questo viaggio, e tutti gli altri, grazie ancora. Auguri Anna. (Rossella)

-Quando ti ho conosciuta non pensavo potesse nascere un sentimento di amicizia maturo. E' avvenuto , invece, in maniera naturale e spontanea. Oggi, dopo sette anni, posso dire che sei la mia piu' cara amica, quella con cui non c'e' bisogno di giustificarsi, di parlare a tutti i costi, quella con cui anche il silenzio è pura espressione e comunicazione. E' bello pensare che sara' sempre cosi'. Ti auguro, non solo oggi, ogni bene e tutta la felicita' che meriti, ma sopratutto di trovare cio' ce tu desideri. Tanti Auguri Anna. Ti voglio bene. (Sara)

-Alla mia Amica Annalisa auguro tanti auguri di Buon Compleanno. Sei la mia sorella mancata e forse piu'. Siamo amiche da una vita e cosi' sara' per sempre. Ti voglio bene. (DanyDany)

-Grazie di averci regalato in questi anni la tua profondita' e la sincerita' delle tue tette. Sei un'amica di vero cuore. (Sergio Iacono)

-Un bacio alla mia Laida. (Serj)

-Non esistono parole per narrarti, non esistono sfumature di colore per dipingerti...è troppo poco...l'unica cosa da fare è viverti, colmarsi di te, inebriarsi...incastonare nella memoria i momenti passati con te, tutti perchè mi impreziosiscono tanto. (Francesco)

-Persone speciali nella vita, se hai fortuna ne incontri qualcuna...io l'ho avuta. Chetelodicoaffare. (Strazzi)

-Mille di questi giorni perchè sei! e te lo meriti. Tanti Auguri. (Arturo)

-Perche' sei con me da un quarto della mia vita. Perchè sei autentica. Perchè la nostra mèta è conoscerci l'un l'altra. Perchè sei preziosa e ti voglio bene. Tanti Auguri nica. (Irene)

Firmato
La tua eterna rete di salvezza, ovvero i tuoi amici.


** **


***Canzone del giorno:
Nobody does it better di Carly Simon (che puoi ascoltare nella nostra radio.blog;)


04 settembre 2007

Ruffo


Ruffo è morto.

E’ passato più di un mese ormai. Più volte ho sentito l’esigenza di scrivere qualcosa su come mi sento. Ma ogni volta ho mollato perché, seppure le sensazioni sembrano abbastanza chiare dentro di me, quando le butto su carta mi appaiono banali o riduttive.
Sto provando a farlo ancora una volta e non voglio preoccuparmi della forma stavolta. Ne di come potrebbero risultare ad una seconda lettura.
E’ un vuoto enorme quello che ha lasciato. Dicono che quando muore un cane a cui sei stato molto legato, poi lo si sente vicino per tanto tempo. Alcuni dicono di sentirlo guaire qualche volta. Oppure di avvertirne la presenza a tratti. O di sentire dei rumori riconducibili a lui.
Io non sento nulla. Il silenzio più assoluto. Mi metto a dormire ogni sera, guardo ai piedi del letto dove lui dormiva e c’è il pavimento vuoto. Chiudo gli occhi e mi metto in ascolto, ma c’è solo silenzio.

Per otto anni e mezzo ho dormito con il suono del suo respiro nelle orecchie. Nonostante abbia un sonno pesantissimo, se respirava in modo diverso e stava male io mi svegliavo.
Aveva un carattere di merda: testardo, autoritario, parco di leccate ed effusioni. Ma mi è sempre piaciuto così com’era. Era lui e non ho mai voluto plasmarlo in base alla mia comodità.
Sin da cucciolo non ha mai accettato di essere sottomesso. La maggior parte dei cuccioli si mettono a pancia in su per prendersi coccole e grattatine. Lui mai. Se provavi a mettercelo tu, lui si innervosiva e si rimetteva in piedi velocemente.
In alcune occasioni in cui non sono stata in grado di difendermi, lui l’ha fatto al posto mio. Raramente. Perché anch’io ho un caratteraccio e so difendermi bene. Ma quando è stato necessario, quando ero troppo arrabbiata e delusa per urlare come avrei dovuto, lui ha abbaiato al posto mio. Con la stessa intensità con cui l’avrei fatto io.
Ogni volta che è stato male, ha sempre reagito con la forza e la dignità di un grande. Si è sempre ripreso velocemente con grande voglia di vivere.
Per questo quando ha cominciato a star male l’ultima volta e non reagiva più ho capito che se ne stava andando.
Quando lo guardavo negli occhi, prendendo la sua testolina fra le mani, il suo sguardo era triste e rassegnato. Stanco. Intenso.
Forse loro lo sentono. Sentono quando se ne stanno andando. Lo sanno prima ancora dei medici. Prima di te. E se li guardi davvero negli occhi, lo sai anche tu. E sai anche che quel riflesso di te in quegli occhi non lo vedrai mai più quando se ne saranno andati.

Sono rimasta con lui fino all’ultimo istante di vita. Ho voluto accompagnarlo anche l’ultima volta. Augurargli buon viaggio e rassicurarlo affinché non avesse paura. Perché la morte è solo un passaggio. O almeno io questo sento dentro di me. E lo sento a prescindere da religioni e ragioni. Se fossi stata io ad andarmene per prima, lui mi sarebbe rimasto accanto fino alla fine. Ne sono certa.
Ho cercato di essere animale nell’accettare la morte con dignità, così come lui stesso mi ha insegnato senza potermi spiegare nulla a parole.
Ma mi manca ogni giorno. Sono stata fortunata a poter percorrere un pezzo di vita avendolo al mio fianco. Gli animali a volte ti insegnano cose che gli esseri umani non sarebbero in grado di imparare da soli in tutta una vita. Bisogna solo avere l’umiltà di smettere di pensare a vanvera e guardarli davvero negli occhi.

30 agosto 2007

Moto perpetuo


Moto perpetuo - Alfred Gockel

Nell’attimo stesso in cui qualcuno sostiene di conoscermi bene, mi vien da ridere nervosamente.
Come può qualcuno pensare di conoscermi quando nessuno di noi si conosce davvero in tutte le sue sfaccettature e personalità multiple?
Può asserire di conoscere una delle facce che mi compongono. Questo si. Sarebbe più corretto ed oggettivo.
Ognuno di noi non può che farsi un’idea soggettiva dell’altro. Ma affezionarsi a questa idea non può che portare all’inevitabile delusione. Prima o poi capiterà di intravvedere qualche barlume di una o delle altre personalità. E quando accade, solitamente, i più pensano che la persona conosciuta si stia in qualche modo ingannando. Oppure che sia affetta da un qualche malessere che la porta a compiere atti non catalogabili fra quelli che abbiamo stabilito che quella persona possa compiere per sua personalità.
La persona è più verosimilmente paragonabile ad un prisma. La sua straordinarietà sta proprio in questo. Ma qui entra in gioco la solita annosa questione della difficoltà comune di accettare istintivamente qualcosa che ci è sconosciuto. La solita atavica paura dell’ignoto, insomma. La consueta trappola in cui goffamente cadono anche i più avvezzi alla ricerca e all’introspezione.
Siamo così abituati ad incasellare le cose, per una maggiore facilità di controllo e gestione (ed in alcuni casi di mero ordine), che lo facciamo con le persone. Non riusciamo a sentirle del tutto vicine se cominciano a spostarsi di casella. Ma una persona vicina, non lo è comunque a prescindere dalla casella in cui sceglie di collocarsi? E anche qualora quella casella non fosse quella che avremmo scelto per loro, siamo davvero sicuri che sia quella sbagliata? Non merita, ogni singolo individuo, di scoprire da sé in quale casella star comodo?
Il moto perpetuo lascia sempre un pò scettici. Come si fa a contenere in una mente, che non riusciamo nemmeno in tutta una vita a conoscere a fondo, l’idea di qualcosa che non ha una fine? Provate a pensare all’universo: è come se la mente si sforzasse per poi fermarsi, sconfitta di fronte a qualcosa che non sembra mai del tutto decifrabile. Ipotizzando che la vita di una mente non si limiti al ciclo vitale, non è forse paragonabile il suo moto perpetuo di evoluzione ad un’idea simile a quella del concetto d’infinito? Voglio dire, ciò che in alcuni casi ci sembra in prima analisi involuzione, non potrebbe essere una delle tante forme di evoluzione?